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Non aprite quella porta! La paura di lanciarsi e le strategie per farsela amica.

Questo è un post per chi ha un progetto nel cassetto, più probabilmente nel cuore, ma non riesce a portarlo alla luce.

Voglio toccare un tema che leggo molto spesso nei vostri messaggi, anche nei vostri occhi. Qualche volta l’ho trovato dentro i miei.
Parliamo del sogno di mettersi in proprio, e della paura di lanciarsi.

Insoddisfatti ma visionari, entusiasti ma incerti, volenterosi ma preoccupati. È così che vi sentite?

Ci pensate da tempo. Ma lanciare un’attività in proprio fa paura. Farla crescere ne fa ancora di più. È una paura comune e anche sensata, alimentata da incertezze, rischi, dubbi, domande.

Per aiutarvi a combatterla, o almeno a comprenderla, voglio condividere con voi quello che ho imparato in questi anni da piccola imprenditrice.

Ho imparato, prima di tutto, che gestire un business in proprio è una vera palestra. Un allenamento che non finisce mai. Richiede autodisciplina, dedizione, consapevolezza.

Un anno di attività in proprio vale come almeno cinque da dipendente: è un’esperienza che ti fa crescere alla super velocità, sia professionalmente che personalmente.

Ho imparato che la paura fa parte del pacchetto, e ce ne sono di due tipi.

La prima è quella paralizzante, che non ci fa muovere un piede dalla nostra comfort zone.

È la vocina che ci dice che non siamo abbastanza, che ce ne sono altri mille migliori di noi, che potremmo non farcela, che non ci meritiamo il successo, che potremmo fallire, che stiamo rischiando troppo.

La capacità di silenziare questa vocina ha molto a che fare con la nostra autostima, sulla quale dobbiamo necessariamente lavorare. E tanto.

LA PAURA PARALIZZANTE. TRE STRATEGIE PER DISINNESCARLA.

UNO. Impariamo a conoscerci e facciamo pace con noi stessi.

Concentriamoci sui nostri reali punti di forza (ne abbiamo tutti qualcuno!) e puntiamo su quelli.
Vale anche per la scelta del business nel quale lanciarsi. Deve essere fatto proprio per noi. Ce lo dobbiamo cucire addosso su misura. Facciamo in modo che la nostra attività sia la nostra comfort zone, del resto ce la stiamo scegliendo.

Una delle cose che mi fa più piacere sentirmi dire è: “Questo è proprio il tuo lavoro.”

Se per realizzare la tua idea hai bisogno di troppe risorse che non hai, non è l’idea giusta per te.

DUE. Smettiamo di confrontarci continuamente con gli altri.

Mentre costruiamo il nostro progetto, chiudiamo tutto fuori.
Fare ricerca è indispensabile. Cercare ispirazione è utile. Ma circoscriviamo questo genere di attività a pochi momenti e facciamo in modo che le informazioni raccolte siano costruttive.

Un’illustratrice mi descrive il suo processo creativo, quando diventa “distruttivo”.

Inizio a disegnare quello che mi piace. Forse mi convince, forse no. Sento l’urgenza di testare il mio lavoro. Vado online. Finisco col navigare tra mille pagine di altri mille illustratori diversi da me. Non sono più sicura del mio stile. Il mio lavoro fa schifo. Io faccio schifo. Non ho più voglia di disegnare.

Restiamo offline e spegniamo i social quando non sono né divertenti né utili. E ricordiamoci che la percezione che abbiamo degli altri è spesso parziale e distorta. Sul web vediamo il risultato, non il processo.

TRE. Mettiamoci in moto.

Abbiamo paura di lanciarci verso un obiettivo? Iniziamo almeno a muovere dei passi in quella direzione. Perché tanto la strada è lunga e sempre incerta.

Qualsiasi progetto, prima di un lancio, deve essere meditato e ragionato. Però deve essere anche testato. Non possiamo lasciare un’idea troppo tempo in un cassetto. Quando verrà il momento di tirarla fuori, anziché germogliare, si seccherà. Tutto cambia troppo velocemente. E mentre noi conserviamo la nostra idea per quando saremo pronti, qualcun altro la sta già realizzando.

Rischiamo con prudenza e prepariamoci a sbagliare.
Prepariamoci a sbagliare, perché tanto succederà. Cominciamo a farlo in modo controllato, in fase di test. E raccogliamo informazioni utili per correggere gli errori. Un po’ come fanno gli scienziati.

Lo dice meglio Bill Murray.

“Io non faccio mai un errore due volte di fila, lo faccio quattro, cinque volte. Così da essere sicuro. “

 

LA PAURA MOTIVANTE. TRE MOTIVI PER AMARLA.

Vi ricordate, vi avevo detto che le paure sono di due tipi. Una è quella paralizzante, l’altra è quella che può diventare un motore per la nostra attività. Questo tipo di paura è positiva, perché ci motiva, ci fa muovere, ci fa crescere.

Perché se non siamo sicuri, vuol dire che:

UNO. Ci stiamo muovendo verso qualcosa di nuovo, e questo è un bene. Possiamo arrivarci per primi. Avanti tutta!

DUE. Non siamo abbastanza preparati o non abbiamo informazioni sufficienti. Però possiamo andarle a cercare! Studiamo, impariamo, formiamoci! Credere di sapere già tutto è un errore letale.

TRE. Non siamo pienamente soddisfatti del nostro progetto. Bene, quindi possiamo ancora migliorarlo! Ma se non parte, non lo sapremo mai.

Ora ditemi, vi ho fatto passare un po’ di paura?

A proposito di incertezza e di imprevisti, questo post ha richiesto varie stesure. Ieri ho anche perso più volte il contenuto per colpa della corrente che saltava. Alla fine l’ho riscritto meglio.

 

Commento

  1. Simone ha detto:

    Grazie. Davvero.
    Leggere questo articolo ora, mentre sta per esser messo on line il sito della mia attività mi rincuora. Ho ritrovato le medesime dinamiche che mi sono portato addosso per anni, quella paura davvero paralizzante. Nel mio caso, tra i nemici aggiungo il “perfezionismo” che mi ha incollato per anni all’immobilità. Ora però ho deciso di smettere di pensare e iniziare a fare. Non so ancora se il tempo mi darà ragione, ma non avrò rimpianti.

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