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I crimini dell’influencer

C’è un tema assai popolare che ciclicamente ritorna in cima alla mia timeline e in testa a tutti i miei social feed. Quello dell’influencer marketing o, come amano definirlo tutti, quello delle blogger marchettare.

La polemica è talmente vecchia che inizia a generare sonnolenza, ma ogni volta che qualcuno la tira fuori dalla naftalina, tra uno sbadiglio e l’altro, mi fermo a ragionare un secondo sul mio modo di comunicare e su quello delle altre blogger.

Prima di creare Mammamatta, mi occupavo di comunicazione pubblicitaria. Sono laureata in Relazioni Pubbliche e Pubblicità e ho lavorato per 13 anni nelle agenzie di comunicazione. Di fatto, non ho mai smesso. Ho semplicemente iniziato a farlo per me. In un modo o nell’altro, il mio mestiere è sempre stato questo.

La comunicazione mi appassiona da sempre. Mi incuriosisce studiarne il fenomeno ad ogni livello. Per deformazione, per diletto e per lavoro, trascorro molto tempo ragionando sui suoi meccanismi.

Potrei discutere a lungo sulle sfumature di un banale scambio di messaggi su whatsapp. Di ciò che accade sui social media, potrei scrivere interi trattati. Osservo, leggo e studio queste dinamiche continuamente, da anni.

Le riflessioni che seguono sono frutto di un lungo periodo di incubazione e di svariati cambi di prospettiva. Posso dire di essere contemporaneamente un utente social, un’esperta di comunicazione e una blogger.

Il ciclo di vita della blogger (o dell’instagrammer) è sempre lo stesso. Ad un certo punto, la curva di crescita dei follower, dei like e del tasso di interazione attira l’attenzione di potenziali aziende inserzioniste.

E induce inesorabilmente alla perdizione. Sfocia nel peccato. Prima o poi, tutte commettono qualche crimine. I crimini dell’influencer si consumano lentamente.

In condizioni normali (leggi: se l’aspirante influencer non si compra pacchetti di enne follower al mese), serve qualche anno per raggiungere un numero di seguaci che sia di interesse per le aziende. In questo periodo, condividendo riflessioni, spunti, idee e consigli in modo libero e spontaneo, si costruisce un rapporto di fiducia e di scambio reciproco con i follower.

Il primo crimine dell’influencer: il tradimento

“Il post sponsorizzato, tu quoque!”

“Mi piaceva leggere il tuo blog e seguirti su Instagram. Poi i tuoi contenuti sono diventati tutti pubblicitari.”

“Un’altra marchetta! Che delusione! Basta, smetto di seguirti.”

Scommetto che, mentre guardate un film che vi sta appassionando, ogni volta che compare una lattina di Coca Cola, spegnete la tv e vi alzate dal divano indignati.

“Breavehart mi stava piacendo tantissimo. Ma Mel Gibson che fa la marchetta alla maschera L’Oréal nella scena della battaglia proprio non lo posso accettare!”

Un esempio forzato seguito da una cazzata? Certo che sì. Il punto è che non esiste più nulla sulla faccia della terra che non sia sponsorizzato: mezzi di comunicazione, di trasporto, strade, edifici, film, libri, opere d’arte. Quest’ultima si mormora fosse sponsorizzata dai tempi di Mecenate.

Noi stessi ce ne andiamo in giro come the walking sponsor of qualsiasi qualcosa. In un futuro non molto lontano, i tag dei vari brand ci compariranno direttamente sulla testa mentre giriamo per strada. Non sto scherzando.

I blog non sono testate giornalistiche, né libri. Per chi li legge, sono gratis.   Ma scrivere su un blog, condividendo le suddette riflessioni, i famosi spunti, le idee e i consigli richiede tempo. Se il tempo è denaro, completate da soli il sillogismo.

Gli americani dicono deal with it. Fatevene una ragione. La pubblicità è dappertutto, ma ciò che conta davvero è la consapevolezza. E qui veniamo al secondo crimine.

Il secondo crimine dell’influencer: l’occultamento

Non dichiarare una collaborazione non è ancora illegale, ma è sicuramente disonesto. Inserire un tag casuale, enunciando il potere magico del detergente che laverebbe persino le macchie dalle mani insanguinate di MacBeth, è una vera offesa all’intelligenza dei follower.

I follower sono stupidi? No. Se sei consapevole dell’inganno, quel post ti darà solo fastidio. Quindi non ti influenzerà. Peggio per l’azienda che ha investito su una blogger disonesta. Peggio per la blogger che perderà credibilità. Meglio per te che puoi scegliere chi seguire.

Io cerco di dichiararlo più esplicitamente che posso. Lo scrivo nel titolo, lo scrivo nel post, lo chiarisco su instagram (in collaborazione con), lo suggerisco con gli hashtag e c’è proprio una categoria dedicata sul blog. Scrivo post ispirati da un brand? Sì. Racconto altro per arrivare a? Sì. Ma non c’è trucco e non c’è inganno. Non è un raggiro. Chiamatelo copywriting, oppure storytelling. E’ il mio mestiere da sempre.

I follower non sono stupidi e hanno lo scettro del potere.

Ho un’altra domanda. Questa è un po‘ polemica. Se un influencer vi infastidisce così tanto, perché continuate a seguirlo? Siete sicuri di voler leggere dei contenuti di qualità? O vi basta il copia e incolla di una cartella stampa?

Fitto è il mistero della costante e rapida crescita dei profili che propongono soprattutto contenuti sponsorizzati, vuoti e scialbi. Poi ci sono colleghe blogger che scrivono benissimo, di indiscutibile integrità e correttezza, ferme sempre agli stessi numeri.

Quando apprezzate un contenuto NON sponsorizzato, lo fate sapere a chi l’ha scritto? “Interessante”. Dodici lettere e 4 secondi del vostro tempo. Con “Bello!” si fa anche prima. Lasciate commenti ai post che vi piacciono? Li condividete? Visualizzare è una cosa, mettere un like è un’altra, condividere è oro. Follower fantasma, se ci siete, battete un colpo.

Pensateci, avete davvero il potere di indirizzare i blogger verso i contenuti che vi interessano di più. Semplicemente, interagendo direttamente con loro, nel bene e nel male. Con quali altri media potete farlo davvero? Vi piace? Supportatelo. Non vi piace? Non fatelo.

Il terzo crimine dell’influencer: il martellamento

20 blogger escono in contemporanea con lo stesso prodotto, nello stesso giorno, nello stesso modo, con lo stesso codice sconto. Lo so, vi aiuto io a dire che palle. Ma vale il discorso di cui sopra: se vedete 20 noiosissime blogger che escono insieme con la stessa campagna, vuol dire che le seguite TUTTE.

Diciamolo, non è colpa delle blogger se le aziende attivano le campagne con questa modalità, che è deleteria per chiunque. Annoia il lettore, fa perdere credibilità ai blogger, può generare avversione verso il brand.

Se le aziende continuano a lavorare in questo modo, è perché in molti casi funziona. I codici sconto non mentono: sono strumenti di misurazione dei risultati per ciascuna blogger e per la campagna nel suo complesso. Volete far cessare tutto questo? Smettete di usarli.

L’ultimo crimine dell’influencer è il più grave di tutti: il fancazzismo

“Scrivere su un blog non è un lavoro.”

Un lavoro è quando qualcuno ti paga per fare qualcosa che per lui genera un valore e che non sa o non può fare da solo. Quindi il blogger, di fatto, è un mestiere.

Pinterest non si crea dal nulla. Dietro c’è il lavoro di migliaia di blogger di tutto il mondo. Se tutte smettessero di cazzeggiare, le idee dovreste iniziare a condividerle voi.

Content creator per grandi brand, consulente per piccoli business. Ti aiuto a gestire, promuovere e comunicare la tua attività online.
Post By Ornella Sprizzi
Ornella Sprizzi

Commenti (7)

  1. Cibele ha detto:

    Ricchissimo di verità

  2. Saramummy ha detto:

    Chiarissima anche per chi come me è ancora “vergine” nel campo.
    Brava Ornella. Molti sono i motivi per seguirti ma per me il principale è che mi fai sentire parte di un gruppo. Un gruppo di mamme, lavoratrici, mogli o compagne, artiste e sognatrici.
    Grazie

  3. Beatrice ha detto:

    Grande Ornella ! Ti seguo da parecchio perché sei un po’ “tutte noi “ … Sito geniale , post assolutamente veritiero E tu 🔝

  4. katia ha detto:

    Un bel post, Ornella! Quello che dici è tutto vero!!
    Purtroppo a volte, almeno per quanto riguarda me e l’ultimo “crimine”, c’è la paura di rischiare, lasciare tutto (il c.d. lavoro “sicuro”) e fare diventare un lavoro il blogging (si dirà così!?)! Questo, però, in termini di tempo speso, penalizza molto i contenuti, ahimè!

  5. LUCIA MOGAVERO ha detto:

    Complimenti. Lucido, ben scritto, veritiero. Diciamo che molti sono gli errori dei follower…non tanto delle influencer.

  6. Elena Valli ha detto:

    Bellissimo post, e si condivido in pieno parola per parola.

  7. Federica ha detto:

    Caspita, quanta chiarezza! Complimenti!

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